Introduzione

Il caos ha bisogno di regole.

È consuetudine che le avanguardie artistiche si presentino al mondo tramite una più o meno complessa chiave di lettura, un documento di identificazione in cui siano enunciati senza fronzoli lo spirito, le motivazioni, l’atteggiamento e gli obiettivi preposti. Questa necessità nasce da un’insicurezza motivata, dall’autocritica di superiorità che caratterizza i pionieri dell’estetica alla ricerca di un riscontro in tempo reale (o almeno prima del proprio decesso).

Il manifestismo è parte delle avanguardie quanto le opere e il loro spirito; da oltre cent’anni, quando una filosofia incontra un’espressività, nasce un manifesto.

La globale informatizzazione e la scoperta di nuovi strumenti creativi non potevano essere da meno, e più volte sono stati espressi i dogmi di quest’arte. Pare che, già nel 1995, Lello Masucci abbia pubblicato su Internet un Manifesto dell’arte digitale, ottenendo riscontri internazionali; ma di questo manifesto non v’è più traccia, almeno sulla rete, mentre dell’autore rimangono pochi acrilici su tela.

Un Manifesto Digitalista venne quindi promosso da Lorenzo Paolini nel 1997, sottoscritto da diversi artisti tra cui Larry Gartel e Mark Jenkins. Il testo chiaro e conciso ribadiva con solennità retorica la necessità della componente umana nella creazione digitale; ma anche questo trattato sembra caduto nel dimenticatoio.

Altri tentativi sono stati perpetrati da J.D. Jarvis e Myriam Lozada, Demetrios Vakras, Gerald O’Connel (per la Web Art), Kerry Mitchell (Fractal Art), Pelle Ehn (Digital Bauhaus) e così via.

Io stesso, nel ’98, inconsapevole dei miei precursori, scrissi una breve lirica satirica, intitolandola Manifesto dell’Arte Digitale. La formula scelta, caratterizzata da una struttura poetica e dal tono sarcastico, voleva stimolare attraverso l’ironia l’amor proprio degli artisti digitali, sedicenti o meno, di galleristi e curatori, esperti o meno, e di collezionisti e spettatori, coscienziosi o meno.

Purtroppo, tutti questi “meno” hanno prevalso. Nonostante la pubblicazione su diverse riviste di settore e l’esposizione in manifestazioni artistiche di varia entità nel corso degli anni, nemmeno il mio Manifesto ha sortito l’effetto sperato.

Come in quasi tutti i casi analoghi, si trattava di uno sfogo giustificato quanto fine a sé stesso, l’espressione tradotta in parole di una ricerca figurativa spesso condivisa nella sua approssimazione ma non sufficientemente incisiva per spiegare, informare e convincere.

La mala educazione all’uso degli strumenti digitali ha persistito nella devastazione del senso estetico di questa rispettabile branca dell’arte. La disinformazione sulle reali possibilità stilistiche ha continuato – e continua tutt’ora - a causare diffidenza tra gli operatori di mercato e, di conseguenza, ai fruitori. Raramente vengono forniti approfondimenti per comprendere le differenze tra opera d’arte e illustrazione commerciale, fomentando la saturazione espressiva e percettiva e negando i giusti riconoscimenti a chi fa la differenza.

Questo sospettoso atteggiamento si può notare sia nelle singole mostre, in cui gli argomenti e le tecniche si confondono, sia nelle manifestazioni a più ampio spettro come le fiere di settore, ove le opere digitali mal si prestano – così appare - a rappresentare la maggior parte degli operatori.

L’invasione informatica ha contribuito a rendere inefficaci i nostri propositi, illudendo, confondendo, logorando le buone intenzioni di artieri e accoliti, sommergendoci di non-arte e suicidando la nuova esperienza con la massificazione

Nasce così una nuova necessità da parte nostra, Artisti Digitali, e dei nostri sostenitori. Se con la sottigliezza, l’inseminazione sporadica e indipendente, il valore implicito dei nostri lavori non riusciamo a superare quella barriera di ciarpame informatico che ha infettato il mondo dell’arte, è forse perchè la nostra avanguardia si è dimostrata obsoleta. Il concetto di manifesto va rivisto in chiave ancor più contemporanea, adeguandosi a un mondo di normative e certificazioni con lo stile coerente e indipendentista tipico dell’arte.

Questo nuovo Manifesto nasce quindi con l’intento di diventare la base per un codice deontologico coerente e qualificante, un punto di partenza per tornare a capire cosa è arte digitale, o meglio cosa può esserlo. A differenza degli onorevoli predecessori, è più spiegazione che definizione, più indagine che rivelazione, più ricerca che risultato, rimanendo aperto ad approfondimenti ed estensioni.

In qualità di artista, non è mia intenzione, né indole, imporre alcunché. Lascio questo atteggiamento agli operatori commerciali, con o senza la mia approvazione. In quanto artista desidero semplicemente Essere in Mostra con le mie opere e con il background che mi ha portato a questo media espressivo, così da fornire nel modo più rapido e funzionale le chiavi di lettura per la nostra giovane Arte, circondato da avversari stimolanti, preparati al confronto, e da opere stuzzicanti, piacevoli, uniche.

Il caos ha bisogno di regole, così da poterle infrangere.

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