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C’era una volta la stampa originale. Così venivano definite le opere di calcografia in generale: acquaforte, acquatinta, xilografia e via andando, opere in tiratura da una medesima matrice. Vittime del degrado progressivo delle lastre e del fattore umano nella realizzazione, le stampe gemelle si differenziavano per particolari impercettibili, intuiti solo da occhi molto attenti in un confronto diretto. Di fatto, ogni “copia” possedeva – e possiede tuttora - un valore proprio, individuale.
Poi (dopo la xerografia, ma ne parleremo altrove) venne la stampa digitale, e con essa il pregiudizio che ogni immagine, testo, disegno, fosse riproducibile all’infinito, senza mutazione alcuna, perdendo così il valore dell’originalità. Se in molte occasioni – dalla comunicazione alla fotografia, al packaging – questo fattore può essere considerato un pregio, dobbiamo |
riconoscere la limitazione del valore estetico nell’immagine e nella sua presentazione.Esistono particolari, aborriti da alcuni puristi del digitale, che rendono ogni stampa unica. Sono sfumature delicate, dettagli impercettibili dell’immagine che la fanno vibrare. Ci sono valori plastici e compositivi in alcuni inchiostri piuttosto che in altri. Le stesse stampanti possiedono una loro impronta distintiva, basta togliere loro i guanti.
E poi c’è il supporto. Quel materiale, organico o sintetico che sia, che dona sensazioni tattili anche alla vista, che oscilla nella propria texture o risplende nella laccatura levigata. Lo stesso materiale sensibile all’umidità e al calore, che interagisce con inchiostri e stampante e, soprattutto, con l’artista e lo spettatore.
continua... |