Fare Arte Digitale non è facile.
Quella vera, intendo.

Non quella che usa effetti a casaccio.
Non quella che cerca di imitare le Arti Classiche.
Non quella che non è altro che la riproduzione digitale di un’opera classica.

Quella vera.

Quella che, come nell’assunto riportato in testata, si distingue per qualcosa di esteticamente unico, inaccessibile alle altre tecniche.

Ho iniziato a dedicarmi a una versione digitale della pittura verso la metà degli anni ’90.
Studiavo ancora pittura all’Accademia di Brera. Mi piaceva molto e, apprendendo le tecniche secolari avevo raggiunto risultati più che dignitosi eavevo anche sviluppato una figurazione molto personale, lo Spazio Biomorfico Positivizzato.
Però volevo anche fare qualcosa di più nuovo, di più originale; di innovativo, come si dice oggi.

Già da tempo ero affascinato dalla computer grafica, ma solo in quel periodo gli hardware e i software necessari iniziarono ad essere accessibili alle mie tasche.
L’approccio non fu dei più semplici: non c’era una cultura da cui apprendere, Internet era ancora agli inizi e con pochissime risorse sull’argomento rispetto a oggi. Tutto ciò che potevo fare era provare e riprovare fino ad ottenere i risultati desiderati, anche se spesso erano le soluzioni impreviste quelle più stimolanti.

E fu proprio l’imprevedibilità di alcune funzioni dei software grafici a rivelarmi che poteva esserci qualcosa di nuovo. Una nuova estetica, un tratto digitale che nessun pittore a olio avrebbe potuto produrre con la stessa spontaneità.

Faccio sempre ciò che non so fare, per imparare come va fatto.

Vincent Van Gogh

Con l’esperienza, la casualità divenne più prevedibile, così come lo è una pennellata grassa e fortemente gestuale. Più prendevo confidenza con gli strumenti, più le immagini si facevano vive e coerenti e, finalmente, originali.

Ora avevo le mie immagini, le mie opere digitali. Ma solo nel computer.
Come pittore sono sempre stato affascinato dalla materia, e il video è tutto tranne che materia.
Iniziai così a studiare il  modo di riportare nel mondo reale le mie creazioni.

Insomma, la stampa digitale.

Anche qui, il tempo faceva il suo corso: all’inizio le stampanti e i relativi supporti erano solo per le fotografie. Poi, pian piano, nacquero arrivarono le carte artistiche, quelle metallizzate, quelle texturizzate. Fino al giorno in cui, con mia grande gioia, la stampa fu possibile su ogni tipo di materiale.

Queste nuove possibilità influirono anche sulla mia concezione dell’opera, che ora doveva essere pensata non solo come la manipolazione di un’immagine ma anche come parte di un insieme più grande, abbinata a inchiostri e supporti di un certo tipo per poter rendere al massimo.

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